Un mese senza spendere

Il periodo non è dei migliori, economicamente parlando, ed ho deciso di rilanciare un’idea cui avevo aderito tempo fa, seguendo una specie di “catena” detta “No spender Bender”, che alcune “vintage ladies” si erano passate tramite i loro blog (partito da Inky). Non è che sia a corto di soldi, ma fare un po’ d’economia non è mai male e così niente shopping inutile per un mese!

Le regole da seguire sono le seguenti e sono abbastanza semplici:

1. Niente shopping via web (addio ebay :-( !)
2. Ci si può concedere massimo 3 strappi alla regola, ma solo per acquisti di “emergenza” quali ad esempio regali per un compleanno di un amico/a, qualcosa che si desiderava da tempo e che finalmente si è riusciti a trovare, un affare che non si può  proprio perdere…
3. Si possono rimpiazzare oggetti rotti o finiti. Ad esempio se si finisce lo smalto rosso o il rimmel, lo si può ricomprare.
4. I soldi spesi per “fare qualcosa” non contano (cinema, cene fuori, ballo, palestra ecc…), contano solo i beni materiali!

Io aderisco, dal 1° di Febbraio, per un intero mese…vediamo se ce la faccio!!!!

Qualcun altro mi fa compagnia? Se sì rispondetemi con un messaggio qui sotto e…passate parola ;-) !!

Alla prossima,
swing bunny.

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Foto d’epoca

Mia zia, ripulendo gli archivi della scuola in cui lavora, ha trovato delle bellissime fototessere d’epoca. Mi sono messa a guardarle, una ad una, immaginando la storia di queste donne, e studiandone i tratti del viso, il trucco e come portavano i capelli.

La cosa che si nota subito è la forma delle sopracciglie, molto naturale rispetto agli anni ’30, ad esempio. I capelli sono abbastanza corti, massimo fino alle spalle e il trucco è molto semplice e valorizza soprattutto le labbra.

L’unica foto in cui si vede anche il vestito è questa:

Un completo molto bllo, di lana forse, dal taglio un po’ militaresco, quindi molto anni ’40. La pochette sotto il braccio ed in mano i guanti, immancabili all’epoca! Chissà di che colore era?

Bella vero?

Alla prossima,
swing bunny.

The Artist

Prima che lo togliessero dalle sale, sono riuscita ad andare al cinema a vedere questo che, vi confermo, è davvero un capolavoro, assolutamente geniale: un film muto, naturalmente in bianco e nero, che racconta la storia del declino dei film muti, e lo fa attraverso le vicissitudini e il decadimento di un grande divo del genere.

La trama è molto semplice, visto il genere cui il regista Michel Hazanavicius si è ispirato (attenzione, il seguito può contenere spoiler!!).

Hollywood 1927: Georges Valentin è un divo del cinema muto, popolare e amato dal pubblico,  ma l’avvento del film sonoro, che lui rifiuterà fin dall’inizio, lo condannerà all’oblio più totale. Nel contempo Peppy Miller, giovane comparsa, sta invece per essere lanciata nel firmamento delle star e sforna una pellicola dopo l’altra, in un momento di grande fermento per il cinema.

Il film racconta i loro destini incrociati e si conclude con un happy ending degno di Fred Astaire e Ginger Rogers!
E, nonostante i limti dovuti soprattutto al fatto che ormai, quando andiamo al cinema siamo abituati ad avere ridondanza di effetti speciali, dolby sorround e mille altre cose, il film di cattura dal primo all’ultimo fotogramma perchè è nient’altro che puro cinema, pura bellezza! Personalmente l’assenza del sonoro non mi ha disturbata, anzi, e le due battute finali sono state la ciliegina sulla torta, quallo che ci si aspettava!

Il film resiste ancora in 3 piccole sale della capitale, e vi consiglio di vederlo sul grande schermo, perchè è uno di quei film che vale la pena di vederlo al cinema!! Altrimenti cercate di reperirlo in qualche modo, perchè è davvero un ottimo film e poi, per noi amanti del genere, da non perdere anche le scenografie ed i costumi, così come trucco e capelli della protagonista, adorabile!

Alla prossima,
swing bunny.

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Banana Bread

Mi piace molto cucinare e ultimamente sto facendo delle ricerche per trovare ricette di piatti d’epoca, cosa molto interessante per i miei esperimenti culinari, anche perchè, prima o poi, voglio proprio organizzare una bella cena vintage style in tutto e per tutto!!

Uno dei dolci “vintage” che conosco e mi piace molto preparare è il banana bread.

E’ un dolce americano tradizionale divenuto molto popolare negli anni ’30, grazie anche all’introduzione in cucina del bicarbonato di soda e del lievito in polvere. Nel 1933 appearve nel Balance Recipe Book della Pillsbury (famoso marchio produttore di farine ed altri preparati per dolci), e negli anni ’50 divenne ancor più popolare dopo essere stato inserito nel Chiquita Banana’s Recipe Book del 1950.

Alcune varianti prevedono l’aggiunta di noci (normali o pecan) o pepite di cioccoalto.

La ricetta che ho io me l’ha data Frannie, una signora italo americana dalla qule ho preso strampalate lezioni di cucina americana tantissimo tempo fa! Gli ingredienti sono dati in tazze e cucchiai, unità di misura americane che si usano esclusivamente in cucina.
Io a casa ho una vecchia tazza che è proprio della grandezza giusta! E poi adoro questo metodo, perchè non ti costringe a tirar fuori la bilancia, ma ti consente di fare tutto un po’ ad occhio, come piace a me!!

Ingredienti:
1 tazza e 3/4 di farina
2 cucchiaini e 1/4 di lievito in polvere
1/2 cucchiaino di sale
3/4 di cucchiaino di cannella macinata (facoltativa)
4 cucchiai di crusca di grano
5 cucchiai di burro a temperatura ambiente
1/2 tazza abbondante di zucchero semolato
2 uova
3 banane mature
3/4 di cucchiaino di scorza di limone

In una terrina mischiare la farina setacciata, il lievito e la cannella macinata, se la state usando, poi unire la crusca di grano. In un altro recipiente battere lo zucchero, il burro a temperatura ambiente e la scorza di limone, finchè il composto non risulterà leggero e spumoso. Unire le uova e le banane schiacciate, e mescolare bene, infine aggiungere il resto degli ingredienti e, dopo aver mescolato ancora, versare in una pirofila da plum cake imburrata ed infarinata (io per far prima uso la carta da forno!), ed infornare a 180° per 50-60 minuti.

Pezzetti di cioccolata, o noci tritate, come ho già detto, son varianti ben accette in questa ricetta!

E’ ottimo con il tè.

I like to cook and lately I’m searching for some recipe of the “golden era”, to try to cook something old style and maybe one day, organize a “vintage” dinner with my friends! One of my favourite vintage cake is the banana bread: a type of moist, sweet, cake-like quick bread. Banana bread first became a standard feature of American cookbooks with the popularization of baking soda and baking powder in the 1930s, appears in Pillsbury’s 1933 Balanced Recipes cookbook, and later gained more acceptance with the release of the original Chiquita Banana’s Recipe Book in 1950.

Famous variations are the banana nut bread, with chopped nuts (often walnuts or pecans) added to the recipe, and the chocolate chip banana bread, with chocolate chips insiede.

My recipe  is from Frannie, an italo-american woman, I went to for american cake cooking lesson many time ago!

Ingredients:

1 and 3/4 cup all purpose flour
2 and 1/4 tea spoon baking powder
1/2 tea spoon of salt
3/4 tea spoon of grounded cinnamon
4 spoons unprocessed wheat bran
5 spoons unsalt softened butter
1/2 cup sugar
2 whole eggs
3 ripen bananas
3/4 tea spoon grated lemon rind

In a bowl mix the sifted flour, the wheat bran, the baking powder and the grounded cinnamon. In another bowl mix the sugar, the butter and the lemon rind and whip until the mixture is light and fluffy. Then add the eggs and the mashed bananas and mix. Lastly add all the other ingredients and mix again well. Pour mix in loaf pan (greased and covered with flour or with oven paper inside), bake in 180°C oven for 50-60 minutes.

As I said, chocolate chips or nuts can be added to your liking! This cake is very good with tea!

See you soon,
alla prossima,
swing bunny.

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Triumph vintage collection

Per festeggiare i 125 anni, Triumph ha lanciato sul mercato una collezione limitata in stile vintage.

Non potevo non prenderli, ma ho voluto aspettare i saldi, e così oggi ho fatto il pieno con ben il 50% di sconto!! Son riuscita a trovare il completo nero e pizzo della foto.

Il reggiseno nero.

E il corsetto rosa, con le spalline sganciabili!

Non ce li avevano in tutti i negozi della Triumph: io li ho trovati in quelli al centro e ad Euroma2. Se vi capita fateci un salto, e provateli, son davvero belli e ben rifiniti, oltre ad essere veramente comodi!

For its 125th anniversary, Triumph made a new line of lingerie: the vintage collection. I bought some of them (the ones in the pictures) on sale, with 50% discount!! They are really beautyful and confortable, so go to your nearest triumph shop and try them on!!!

See you soon,
alla prossima,
swing bunny.

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Qualcosa di rosso

Come da tradizione, ieri notte indossavo qualcosa di rosso: le mie nuove scarpette di vernice della office!

Belle vero?

Mi ricordano tanto un paio che indossa mia nonna paterna nelle occasioni speciali, eraditate a sua volta da sua nonna, che però sono nere e scamosciate!

Le tre fibiette son davvero deliziose, e ieri mi è venuta voglia più volte di battere i tacchi tre volte per tornare a casa ;-) !!

E il vostro capodanno come è andato? Avevate qualcosa di rosso?

Felice 2012 a tutti!!!

On new year’s night, tradition is to wear something red for good luck! So I put on my new, wonderful red patent shoes by office!

They reminds me of a pair of shoes my paternal grandmother use to wear in special occasions, she inherited them from her grandmother, but hers are black suede.


The three strap are lovely! And what about your new year’s party? Did you wear something red?

Happy 2012 to everybody!

See you soon,
alla prossima,
swing bunny.

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La Celluloide

La bakelite non era l’unica plastica creata all’epoca ed utilizzata per la creazione di monili e gioielli.

Durante il 19° secolo, infatti, molti scienziati facevano esperimenti con le plastiche sintetiche, materiali innovativi, che avrebbero dovuto sostituirne altri molto costosi e di difficile reperibilità, come il corno, l’avorio e la tartaruga.

La celluloide o avorio francese fu la prima termoplastica inventata al mondo, ossia un tipo di plastica che poteva essere modellata a caldo e che manteneva la sua forma una volta raffreddata. Il suo inventore, l’americano John Wesley Hyatt, prese un precedente brevetto e si mise a lavoraci sopra con suo fratello,  nella speranza di trovare un sostituto artificiale dell’avorio, da utilizzare per la produzione di palle da biliardo e vincere il premio di 10.000 dollari messo in palio da una ditta che le fabbricava. Nel 1868, il loro lavoro li portò alla creazone di quella che chiamarono celluloide.

I due fratelli non vinsero il premio, ma questa nuova plastica, chiamata anche “Ivorine”, entrò presto in produzione sia in Europa che in Asia, e venne usata pee produrre vari oggetti, nonostante la sua altà infiammabilità!

Nel 1887 il pastore episcopaliano Hannibal Williston Goodwin, ne brevettò l’impiego come supporto per le pellicole fotografiche: si trattò di una rivoluzione nel campo della fotografia e rese possibile la nascita della cinematografia.

Durante il periodo Art Decò, venne molto usata per produrre gioielli, pettini e ornamenti per capelli, spille, bottoni, fibbie per cinture e molto altro. Sul mercato se ne trovano ancora, specialmente spille modellate a forma di fiori, uccelli e animali. Tra i più popolari c’erano spille a forma di cane, in special modo i terrier!

La celluloide è più leggera e più fina della bakelite, meno costosa da produrre, ma si poteva rompere più facilmente oltre a poter prendere fuoco completamente se riscaldata. E’ quindi sempre consigliabile tenerla lontana da fonti di calore e dalla luce diretta del sole. Inoltre può macchiarsi, ingiallire o sbiadire.
La formula venne rivista e migliorata nel 1927: alla nuova celluloide venne dato il nome di Lumarite (lumarith), e non era più così infiammabile (il suo punto debole è un altro: l’acqua!).

Si può trovare in diverse colorazioni, ma è per lo più color avorio, bianco o crema, anche se poteva venir prodotta in tartaruga, verde, dorato, rosso, nero, blu, e molte sfumature trasparenti.

A volte monili realizzati in celluloide color crema, potevano essere colorati per dargli quel tocco in più!

Negli anni ’50 molti dei gioielli in celluloide venivano prodotti in Giappone. In alcuni potevano essere inseriti dei brillantini, altri erano modellati/intagliati con dei fiori.

Vi sono vari test che si possono fare per stabilire l’autenticità del materiale. Riscaldata in acqua calda per 30 secondi, la celluloide emanerà un odore di canfora, leggermente acetato.

Mai cercare di tirare fuori il suo tipico odore con qualcosa di più caldo: il materiale, come abbiamo già detto, è altamente infiammabile e potreste rovinare un oggetto d’epoca o distruggerlo completamente!!

Gli oggetti in celluloide sono abbastanza delicati e possono essere danneggiati da un’eccessiva umidità, da agenti chimici e dalle alte temperature quindi, se avete un accessorio in celluloide state molto attenti e, soprattutto, trattatelo con cura!!

During the 19th century many scientists were experimenting with synthetic plastics in order to replace the expensive natural plastics such as horn, ivory, and tortoiseshell. Celluloid was the world’s first thermoplastic, which meant it could be moulded under heat and retained its shape once cooled. It was invented by John Wesley Hyatt in 1868 to simulate ivory which was in short supply and needed for such items as billiard balls.

Soon the new plastic was being produced all over Europe and Asia, much to the relief of millions of elephants, tortoises and horned animals! It was also known “Ivorine” or “French Ivory”.

One of the earliest uses was famously for movie and photographic film. Soon it was used for pretty much anything. It was very popular during the Art Deco period for vintage jewelry, dolls, hair ornaments and combs, dressing table sets, hat pins, buckles and buttons, frames for pictures and mirrors, toys, novelty charms, knife handles and other utensils.

Many pieces survive, especially little brooches in the form of flowers, birds and animals. Dog brooches, especially terriers were very popular. The later non-flammable form found even more uses in radio knobs, telephones, all kinds of novelties and loud costume jewellery. A non flammable formula (cellulose acetate), was introduced in 1927 by the Celluloid Corporation under the trade name “Lumarith”.

French Ivory or Ivorine was lighter and thinner than the bakelite which followed, and was inexpensive to produce but it could crack or burn up completely when heated. So it’s always advisable to keep items away from heat and sunlight. Other damage can be stains, fading and yellowing. It is slightly flexible (don’t try bending it!) and can smell or taste slightly of camphor. Colours included ivory, tortoise shell, green, gold, red, black, blue, and many transparent shades. It was forced into rods, or sliced into sheets, so often pieces are seen with different coloured layers.

How to Identify Celluloid:

It is a lightweight plastic, many times a cream color. Sometimes the cream celluloid is painted to add color, though.


In the 1950s, a lot of celluloid jewelry was manufactured in Japan. Celluloid can be quite distinctive looking, many times with rhinestones embedded into the jewelry or molded/carved into floral designs.

Hold your celluloid jewelry under hot water for 30 seconds. Now, put it up to your nose and smell it. You should smell a camphor or vinegar-like scent.

Needle Test: There is a test where you can apply a hot needle to celluloid to bring the camphor-vinegar smell out. Celluloid is FLAMMABLE so I would NEVER recommend this test!

Celluloid jewelry can also be damaged by moisture, extreme temperatures, and chemicals, so be careful with your vintage celluloid!!

See you soon,
alla prossima,
swing bunny.

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Japanese Beauties

Mi sono fatta un bel po’ di regali questo Natale, naturalmente tutti legati alla mondo del vintage, ma uno solo di questi unisce tutte e due le mie passioni, ed è questo bellissimo libro illustrato della Taschen: Japanese Beauties.

E’ una raccolta di ritratti di donne giapponesi del periodo compreso tra i primi del ’900 e fine degli anni ’50. Sono perlopiù manifesti pubblicitari di vario genere, a colori, ma anche alcune fotografie in bianco e nero.

Lo stile di queste donne è quello delle donne americane dello stesso periodo, sia nel modo di vestire che nelle acconciature ed il trucco. E così vediamo scollature a barchetta, capelli con morbide onde e labbra rosse.

E ancora: fiocchi nei capelli, colori che erano in voga al momento (ruggine, marrone, giallo mostarda, verde scuro ecc…), collane di perle, guanti e maniche a sbuffo.

C’è anche qualche kimono e acconciatura tradizionale qua e là, ma son davvero pochi rispetto al resto.

Se lo trovate in una libreria o su una bancarella (io l’ho trovato al marcatino vintage del Lanificio da Orlando e Ofelia), appropriatevene immediatamente, che vale tutti i suoi pochi 7,99 euro e anche di più, se posso dire ;-)

I made me many gift for Christmas, and one of them combine my 2 passion: vintage and Japan!
It’s this book from taschen: Japanese Beauties, a collection of pictures of japanese women from the first decades of ’900 to late ’50s.

They are mostly colour advertisement of the period, and the women portrayed are perfectly similar to the american women of the same era with the same dresses, hair and makeup! So we can see boat neckline, waved hair and red lips, puffy sleeves, bows in the hair, and colours typical of the period (mustard yellow, rusty brown and deep green), pearls necklace and gloves.

If you find it somewhere, buy it, because it’s really worthed its small price (7,99 euro).

See you soon,
Alla prossima,
swing bunny.

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Shout Sister Shout 2011

Libero sta pubblicando le sue foto delle Shout Sister Shout di quest’anno, e che dire? Ce ne sono di bellissime ovviamente, ma non poteva essere diversamente ;-) !!

Anche quest’anno son stati 3 giorni intensi, tra le lezioni durante il giorno (il mio grazie speciale va a Deeb e Giedre che mi hanno illuminato con le loro splendide lezioni di improvvisazione ed interpretazione), e le serate al mercatino (si, già, più che danzanti, quest’anno son state serate di chiacchiere e lavoro).

Ecco quello che è diventato il logo del mio banchetto, incorniciato e appeso allo stander.

Quest’anno, infatti, ho lavorato un po’ anche all’immagine, che avevo invece trascurato negli anni precedenti, anche perchè non ho più solo vestiti usati, ma anche qualcosa di nuovo e qualche oggettino d’epoca.

Sabato ho indossato il mio meraviglioso vestito d’epoca, quello che ho preso la scorsa estate all’Hep Cat’s e, come si intravede, reggicalze What Katie Did e bellissime calze fumè con la riga, residuo di magazzino di una merceria di Centocelle, tenuta da una simpatica vecchina.

Di domenica ricordo poco e niente, a parte la grande stanchezza e la voglia di infilarmi sotto le coperte (cosa che ho fatto alle 6 di mattina circa) e dormire per una settimana intera…

Alla prossima,
swing bunny.

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La bakelite

Mi sono innamorata di un nuovo materiale vintage: la bakelite!

La bakelite è stata la prima resina completamente sintetica che sia mai stata creata, pur se preceduta dalle materie plastiche a base naturale, come la galalite, ricavata dal latte.
Termoindurente e a base di fenolo e formaldeide, è stata inventata e brevettata nel 1907 da Leo Baekeland, chimico belga emigrato negli Stati Uniti, dal quale prende il nome.
La cosa interessante è che il giorno dopo che egli depositò il brevetto, l’inglese Swinburn tentò di depositare in Gran Bretagna un brevetto del tutto simile.

E’ il primo materiale termoindurente, che, una volta fuso, raffreddato in uno stampo ed indurito, non può più essere riscaldato e rimodellato. E’ resistente alle alte temperature ed è un isolante termoelettrico, e per questo venne utilizzata per la produzione di elementi elettrotecnici, interruttori e prese elettriche, elettrodomestici, telefoni, radio, manici di pentole, lampade e una moltitudine di altri oggetti di vario tipo come orologi da tavolo, parti di automobili, giocattoli, manici delle posate, fiche per il poker, bocce per vari giochi, punte delle stecche per il biliardo e molto, molto altro ancora. La bakelite divenne quindi preso popolare come il “materiale dai 1000 usi”.

Nel1927, alla scadenza del brevetto, esso fu acquistato dalla Catalin Corporation, e la maggior parte della bakelite che abbiamo oggi sul mercato è stata prodotta proprio da questa azienda!

La crisi economica lanciò l’uso della bakelite anche nel campo più frivolo della bigiotteria: durante la Grande Depressione, infatti, molte persone non potevano più permettersi di comprare gioielli costosi, e la bakelite divenne un’opzione economica e fantasiosa.

Un’altra delle sue caratteristiche è, infatti, la disponibilità di una grande gamma di colori brillantissimi, dal bianco al marrone, dal nero al verde, al rossi, al giallo, blu, rosa, viola e ambra, anche in melange fra loro o con caratteristiche striature.

Sono nati così gioielli splendidi, in abbinamento a materiali preziosi o meno, e con forme elaborate, ottenute tramite scavo o incisione.

Sono molti gli accessori che vengono prodotti in bakelite: bracciali, orecchini, spille, collane, fibbie per cinture, decorazioni per cappelli e scarpe ecc…

La Seconda Guerra Mondiale, però, portò praticamente alla fine dell’uso della bakelite nella produzione di accessori. La Catalin Corporation, infatti, dal 1942 concentrò i suoi sforzi alla produzione bellica, perchè la leggerezza e la resistenza del materiale lo rendeva adatto anche alla costruzione di armi.
La bakelite venne così sostituita nella realizzazione di gioielli, da altri materiali plastici, come la lucite, il vinile, la fibra di vetro e l’acrilico.

La bakelite, con il tempo, può cambiare colore, ammorbidendo le sue tonalità, ma talvolta cambiando completamente colore.

Il bianco diventa giallo, il blu verde, il rosa arancio e il viola marrone. A causa di questo processo di ossidazione, è abbastanza raro trovare oggetti di bakelite in questi colori, rendendo tali oggetti rari e molto costosi.

Il tempo, comunque, non ne ha risparmiati molti in condizioni perfette, per cui è facile immaginare che le sue quotazioni siano costantemente in crescita.

E’ facile innamorarsene, ma, visti i prezzi, è abbastanza facile trovare in commercio dei falsi, quindi bisogna stare attenti.

La French Bakelite, ad esempio, non è bakelite. Può essere galalite, affascinante e altrettanto costosa. Ma anche lucite, cioè plexiglas, un materiale utilizzato ancora oggi, molto bello, ma che non ha le caratteristiche storico-estetiche della bakelite, e le cui quotazioni sono decisamente più basse. Quindi se trovate scritto F. Bakelite avrete la certezza che non si tratti di vera bakelite.

Anche le truffe o le inesperienze dei venditori stessi sono molte, quindi ecco alcuni metodi utili per riconoscerla.

Da qualche parte potrete trovare scritto di fare una prova pungendo l’oggetto con una punta di spillo arroventato. Bè non fatelo, MAI: è vero, se è bakelite non gli succederà nulla, ma se non lo è avrete rovinato un oggetto comunque d’epoca, magari e di valore storico, anche se probabilmente inferiore.

Il modo più facile è riscaldarla sfregandola tra le mani, perchè, una volta calda, sviluppa un caratteristico odore che serve ad individuarla con precisione.

Il metodo più sicuro, se possibile, è immergere l’oggetto in acqua calda: l’odore che si sprigiona è acre e pungente, piuttosto forte: è l’odore della formaldeide. La galalite, se riscaldata, dà emana odore di latte bruciato, mentre la lucite non sviluppa alcun odore.

Un altro modo per definire la bakelite in maniera inequivocabile, è il Simichrome, un prodotto tedesco per lucidare. Sfregandone un po’ sull’oggetto da esaminare, il cotone utilizzato allo scopo diventa giallo. Naturalmente l’oggetto non si rovina, ma va pulito bene da ogni residuo di prodotto.

Alla prossima,
swing bunny.

P.S. Most of the information on bakelite were taken from wikipedia and Temperamental blog, and translated in italian, so, please, english readers (if there is one ;-) ), go read there!

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